Dal Gridas (Napoli) all’Askatasuna (Torino), come la città viene messa a valore.
… sono le vittime della vergognosa speculazione privata che ha cambiato la faccia della nostra città e che dilaga sempre di più perché trova consenso e complicità perfino tra gli uomini seduti in quest’aula, su questi banchi…
da “Le mani sulla città”, un film di Francesco Rosi.
Nei giorni scorsi, due realtà molto diverse sono finite nello stesso imbuto: la possibilità per spazio sociale di perdere il proprio corpo – interrompere pratiche, relazioni e funzioni sociali che non si rimpiazzano con facilità. Da una parte il Gridas di Scampia, a Napoli, con quasi quarantacinque anni di lavoro culturale, educativo e comunitario, dall’altra Askatasuna, storico centro sociale torinese, trascinato in un dispositivo giudiziario e di ordine pubblico esplicitamente muscolare. Pochi mesi fa anche Milano ha rivissuto una tensione simile attorno al Leoncavallo, di nuovo al centro di un conflitto politico e simbolico sulla città.
Gridas, lo sfratto come lenta rimozione
Sul Gridas partiamo da una notizia chiara, una sentenza della Corte d’Appello ha respinto il ricorso e la vicenda si traduce in un rischio concreto di sgombero dallo spazio, con Acer, l’ex istituto autonomo case popolari, come controparte indicata come proprietaria. Qui il conflitto ha la forma tipica delle periferie quando diventano pratiche: non è una scena da cronaca, è più simile a una rimozione amministrativa, che può essere raccontata come “ripristino delle regole” o come “cancellazione di un presidio”. L’appello pubblico del Gridas e il sostegno di firme dal mondo culturale insistono proprio su questo punto: non state solo liberando muri, state interrompendo una funzione sociale.
[approfondimento “Il Gridas non si tocca”: a Scampia a rischio la casa del Carnevale sociale | Csv Napoli]
Askatasuna, lo sgombero come atto politico immediato
A Torino, il centro sociale del 1996 è stato sgomberato a seguito di un’operazione collegata a indagini su azioni e scontri avvenuti durante manifestazioni a sostegno del popolo palestinese. E c’è altro che pesa in questa narrazione: il processo di primo grado a carico di alcuni attivisti del centro ha prodotto condanne per singoli episodi, ma è caduta l’accusa di associazione per delinquere. Il percorso per trasformare l’occupazione abusiva in una gestione legale, viene semplificato a un problema di sicurezza e quindi gestito come questione di ordine pubblico.
[approfondimento Fate il deserto e lo chiamate legalità – Gli spazi sociali non si toccano – Arci]
La città come campo di battaglia
Gridas e Askatasuna non sono la stessa cosa, né per storia né per pratiche che finiscono però in quello stesso processo che trasforma la città in un insieme di asset governati da logiche di consumo, controllo e rendita. Niente “smart city”, Napoli, Torino, Milano, sono città sotto pressione, attraversate da processi di speculazione immobiliare, gentrificazione, messa a valore degli immobili, dove tutto deve produrre reddito.
Città in cui il tempo sociale, la gratuità, l’autorganizzazione diventano anomalie da normalizzare o rimuovere. Le retoriche della legalità e del decoro coincidono con l’idea di “sicurezza”, funzionando come dispositivi flessibili, capaci di colpire tanto una periferia storicamente marginalizzata quanto uno spazio politico conflittuale nel cuore urbano.
Sgomberare conviene, non solo per liberare metri quadri, ma perché semplifica il racconto della città, riduce la complessità sociale a un problema amministrativo, eliminando zone opache. Una città che cancella i propri spazi di conflitto, di cultura indipendente e di mutualismo non diventa più sicura o più giusta, diventa solo più povera, più fragile, più esposta alla logica unica del valore economico.
Quando la politica si svuota
Per imporre un modello unico diventa utile costruire un nemico esemplare: se il conflitto è sicurezza, allora la politica non serve più. Resta solo la gestione della paura come fonte di legittimità.
Questo concetto trova un’eco potente nelle parole di Bernard Marie Koltés, tratte da Fuga a cavallo molto lontano nella città: “Questa città, tutta quanta, è un covo di parassiti. E tocca a noi liberarla. La rivolteremo tutta quanta, avveleneremo tutto quello che hanno, fino all’ultima goccia; e alla fine saranno costretti ad andarsene tutti quanti, uno dopo l’altro. Stiamo per dare il via a una grande operazione. Un giorno ci sarà un repulisti generale: un bagno che ripulirà la città nei suoi angoli più nascosti. Cantine, solai, nascondigli, vicoli ciechi, nulla verrà dimenticato. Tutte le impurità saranno trascinate negli scarichi, la città verrà completamente spurgata, il sole si leverà senza incontrare ombre di sorta. E la città si asciugherà, bianca e pura, come dopo il cadere della pioggia.”
In una democrazia, la complessità e la potenzialità del conflitto non è una patologia da reprimere, il dissenso non è un’anomalia, bensì elementi necessari di confronto e risorse per una possibile trasformazione. Senza luoghi in cui esprimere il contraddittorio, senza spazi sicuri in cui poter discutere, organizzarsi, sbagliare e ricominciare, la democrazia si svuota e diventa una pura procedura formale. Gli spazi sociali rispondono a questa esigenza: garantiscono un terreno di confronto libero, non mediato dalla logica del controllo o della paura, dove le persone possono prendere parola e costruire pensiero collettivo.
E, come ricorda nell’incipit Rosi, non sempre chi siede nelle istituzioni è estraneo ai meccanismi che trasformano la città in terreno di speculazione. Il punto non è idealizzare ogni esperienza, né appiattire storie diverse: è capire cosa perdiamo, ogni volta che una città si libera di un luogo vivo.
